Un’intervista con gravi conseguenze per Jovanotti

Nel 1994 usciva l’album Lorenzo 1994: Lorenzo Cherubini ripercorre con noi la storia del suo disco più iconico, tra una serenata rap e un primo bacio spaziale, in attesa del Jova Beach Tour che porterà sulle spiagge italiane nell’estate 2019

«Il disco andava fortissimo in America Latina, mi portarono a Miami a fare promozione, a cantare Penso positivo a Sábado gigante, che era il Fantastico dei Paesi latini. In studio a far da pubblico c’erano i latini di Miami: esuli cubani. A “Che Guevara”, si gelarono: sotto quella frase non c’è musica, fece l’effetto di un comizio, m’arrivò un’onda di sgomento. Fermarono la registrazione, successe un casino, ho rimosso i dettagli ma mi ricordo che non andò in onda l’ospitata». C’è stato un tempo in cui il tizio che sta davanti a me in un ristorante di Milano – Jovanotti – non era poi molto diverso da oggi, in pigiama di Zegna e cappellino degli Yankees, ma non aveva ancora creato il tormentone dei dibattiti politici dei decenni a venire.

Si dia dunque spazio a Penso positivo. La canzone accusata dai dubbiosi di sinistra di sintetizzare il difetto della loro parte politica: voler fare il minestrone che tenga dentro Che Guevara e madre Teresa. L’autore la vede da un’altra angolazione: «Io il dubbio non ce l’avevo su Che Guevara e madre Teresa: ce l’avevo su San Patrignano. M’è uscita ’sta rima, e non son riuscito a sostituirla, ma io non c’ero mai stato a San Patrignano, l’avevo sentito nominare. Ci stava con la metrica, e l’ho lasciata, perché per me le rime hanno a che fare con la magia, o con la fisica, con la struttura degli atomi; ma per me era quella la parola controversa. Quando uscì l’album aprimmo a mezzanotte il Virgin Megastore in piazza Duomo, c’era una marea di gente, ero lì a salutarli e mi passò davanti Frankie Hi-Nrg, che avevo forse incontrato una volta, e s’era fatto tutta la fila per dirmi se ero pazzo ad aver scritto quella rima. L’ho apprezzato. Gli dissi: ma io non sto parlando di bene o male, sto parlando di intenzioni. Non mi metto dalla parte di qualcuno: mi metto dalla parte mia, dichiaro che questa marmellata che io ho dentro è l’epoca in cui stiamo passando. Non faccio canzoni per dire come deve andare il mondo: faccio canzoni per dire come va secondo me. E quindi alla fine San Patrignano, di tutte, è l’immagine che mi rappresenta di più: qualcuno che pensa di fare il bene ma poi ogni tanto fa una cazzata».

Quando iniziò la festa vera?
«Il mio ingresso nella vita sociale risale all’estate del 1982. Quella del Mondiale vinto dall’Italia. L’estate più importante di sempre, quella in cui scoprii la musica. Iniziai a mettere dischi in radio e poi in una discoteca di Cortona. La mia prima paga da dj, 5.000 lire, me la ricordo ancora».

Perché fu l’estate più importante di sempre?
«Perché coincise con l’esatto momento in cui capii cosa volessi fare nella vita. Senza neanche l’ombra di un dubbio. Fu un istante di illuminazione totale, quasi mistica».

Il primo mentore?
«Mio fratello Umberto – lo ringrazierò per sempre – aveva un amico che faceva un programma di dediche a Radio Foxes. Mi portò con lui, entrai in questo studiolo, con le scatole di uova alle pareti per insonorizzare la stanza in maniera rudimentale e pensai: “Cazzo, ma questo è il posto più bello del mondo”. Avevo paura di essere arrivato sul ciglio del paradiso e di esserne subito cacciato. Chiesi timido: “Posso tornare?».

Li ha affrontati senza pregiudizi?
«Io ascoltavo Rino Gaetano, Edoardo Bennato o Lucio Dalla senza mai presumere che avessero più autorevolezza di Alberto Camerini o dei Righeira».

E il problema economico? Come lo superava?
«L’altro giorno pensavo che in fondo, un vero e proprio stipendio io non l’ho mai avuto. Da dj sono stato pagato a concerto o a serata e oggi a pensarci bene è ancora così. I soldi, lavorando, si trovavano».

Che lavori ha fatto?
«Il cameriere alle sagre, e lì si prendevan le mance che era un piacere e il barista nel bar di mio zio. Poi lo sverniciatore». (…)

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